Come se non bastasse la perdurante incertezza sul futuro delle nostre imprese, la Bolkestein sta alimentando una serie di fake news e luoghi comuni sulle concessioni balneari, ma non è tutto oro quello che luccica” avverte il presidente del Sib Confcommercio Pisa Fabrizio Fontani, in risposta “alle notizie che si stanno diffondendo nelle ultime settimane e ancor più negli ultimi giorni, sulla possibilità e la volontà di avventurieri, addirittura di “sciacalli” che stanno o starebbero aspettando di accaparrarsi le spiagge d’oro pronti ad arricchirsi e a guadagnare milioni a palate”.

Si corre il rischio di pensare davvero che i balneari paghino dei canoni bassissimi a fronte di incassi da nababbi, ma prima di parlare o scrivere sarebbe opportuno informarsi bene sulla realtà dei fatti” puntualizza Fontani. “Lungi da noi fare sterili polemiche, vogliamo semplicemente fare piena chiarezza sulle reali spese che dobbiamo sostenere. Le imprese balneari pagano il canone demaniale, ma dopo aver pagato le tasse, cioè le imposte dirette e indirette rispetto all’utile. Anzi a essere precisi, poi ci si accorge che non c’è solo il canone demaniale, ma anche quello comunale, a fronte di un contratto di locazione. Ad essere poi veramente pignoli, si scopre che esiste anche una imposta regionale pari al 25% del canone demaniale. I balneari pagano quindi al Comune, alla Regione e allo Stato un affitto, e l’aspetto più curioso è che paghiamo anche l’Imu pur essendo a tutti gli effetti affittuari, caso questo più unico che raro”.

Ma quali spiagge d’oro e fantomatici guadagni, chi lo afferma parla a sproposito” afferma il direttore di Confcommercio Provincia di Pisa Federico Pieragnoli “travisando una realtà fatta invece di imprenditori, operatori e famiglie che con passione, competenza e professionalità portano avanti una tradizione che ogni anno attira sui nostri litorali milioni di turisti. Il Parlamento intervenga al più presto con una legge organica che tuteli gli interessi degli attuali concessionari, garantendo un sistema condiviso, trasparente e competitivo per il futuro delle coste italiane, senza distruggere un prezioso patrimonio nazionale che ha contribuito a rendere le spiagge italiane un’attrazione turistica di fama mondiale

Ma non è finita qui” ribadisce Fontani “I balneari scontano un’aliquota Iva pari al 22%, caso unico in tutto il comparto turistico. Per fare un esempio pratico: quando un hotel 5 stelle di Capri vende una camera per una notte a 7/800 euro versa al fisco un’Iva del 10%; ma se il balneare affitta un ombrellone a 12 euro, sconta poi il 22% di Iva. Per non parlare poi di Tari, Tosap, Cosap, Icp, utenze di acqua, luce e gas, costi relativi al personale dipendente e dei necessari corsi indispensabili per la sicurezza, rispetto della normativa antincendio e di primo soccorso, l’iscrizione alla Camera di Commercio come tutte le società e la tassa sui pozzi artesiani da corrispondere alla Provincia”.

Pensiamo poi alla specificità territoriale, perché se uno stabilimento balneare si trova a Marina di Pisa potrebbe avere delle spese per interventi sulle dighe foranee, mentre a Calambrone per rimuovere le alghe spiaggiate”.

Il presidente Sib Confcommercio Pisa traccia infine una simulazione concreta in termini numerici: “Su un incasso di 100 euro, togliendo l’Iva al 22% siamo già ad 88 euro e almeno 48 se ne vanno nei costi fissi (canone demaniale, canone comunale, imposta regionale, Imu, Tari, Icp e Tosap, utenze, dipendenti e varie), resta un utile di circa 40 euro a cui dobbiamo sottrarre un 15-20% in meno di tasse, per cui resterebbero 32 euro, ma potremmo scendere a cifre irrisorie in caso di eventuali spese aggiuntive, ad esempio per interventi sulle dighe o per la rimozione delle alghe”.

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Arianna Gherardeschi